La “questione” partigiana nell’Italia del dopoguerra

Di cosa parleremo

Alla fine della Seconda guerra mondiale i partigiani poterono deporre le armi ma per loro il processo di “reinserimento” non fu così scontato.

I partigiani messi sotto processo

Alla fine della guerra le brigate partigiane deposero le armi. Ma a differenza dei corpi armati regolari molti partigiani vennero arrestati e processati. Per le convenzioni dell’epoca i partigiani, considerati degli irregolari, potevano compiere azioni di guerra accettate da un punto di vista politico, ma giuridicamente gli stessi si muovevano nell’illegalità e per questo furono ritenuti dei criminali.

Tutto questo fu anche possibile, perché nell’immediato dopoguerra le lotte politiche intestine erano all’ordine del giorno e la gestione delle milizie irregolari era di fatto impossibile.

Questa sorte toccò a quasi 20 mila partigiani.

Per l’opinione pubblica e la politica i partigiani non erano tutti uguali

A esacerbare maggiormente gli animi furono le diverse compagini politiche entro le quali si formarono le diverse fazioni partigiane. I gruppi filo comunisti erano quelli più nell’occhio del ciclone. La deriva comunista doveva essere scongiurata a ogni costo e per questo si cercò di delegittimare e spingere ai margini tutti coloro che avevano fatto parte di questa compagine.

Gestione dell’ordine pubblico nel dopoguerra

I partigiani a guerra finita non ebbero diritto a pensioni di guerra o ad altri benefici economici, sempre perché erano milizie non legalmente riconosciute. La maggior parte di loro erano entrati nelle brigate da adolescenti e ne uscivano uomini che sapevano solo combattere. Il loro impiego immediato nelle forze dell’ordine di polizia fu un modo anche per tenerli sotto controllo e dare loro un’alternativa al nulla.

Vincenzo Zanier – detto Ninin – della brigata Garibaldi.

La questione friulana

I partigiani friulani facevano capo a due compagini politiche ben distinte. La brigata Osoppo era di chiara tendenza cattolica e laica, la brigata Garibaldi invece era di chiaro orientamento comunista, con contatti anche nelle forze jugoslave di confine. Il governo italiano, ancora troppo debole e soggetto a variegate forze esterne, in Friuli dovette essere ancora più fermo e perentorio nel differenziare gli ingaggi tra gli ex partigiani.

Due pesi, due misure

Gli osovani vennero subito inseriti nelle forze di polizia di confine, così da presidiare ed evitare eventuali incursioni jugoslave. Gli osovani in questo modo riuscirono a rimanere nella propria regione e a scongiurare un esilio senza data di scadenza e a poco a poco vennero integrati definitivamente dalle forze di polizia italiane.

I partigiani garibaldini subirono un ben altro destino. La loro fu una vera e propria diaspora. Chi non decise di abbracciare la causa di Tito, si vide prima inserire nelle forze di polizia ausiliarie e poi progressivamente si vide allontanato dalla propria regione e congedato per volere dello stesso Ministero dell’Interno.

Lo stato italiano non si fidava dei partigiani comunisti, e l’unico modo per renderli innocui era disperderli per tutto lo stivale.

Vincenzo Zanier, il Ninin della nostra storia, apparteneva alla brigata Garibaldi, come anche suo fratello Mattia. Ninin venne spostato prima ad Ancona e poi a Brindisi. Qui trovò la morte e solo così poté tornare a casa.

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