Die Toten mahnen uns

memòria s. f. [dal lat. memoria, der. di memor –ŏris «memore»]. – 1.a. In generale, la capacità, comune a molti organismi, di conservare traccia più o meno completa e duratura degli stimoli esterni sperimentati e delle relative risposte.

Ricordare. Tenere traccia degli stimoli esterni. Fare in modo che le risposte siano uguali o diverse in base alla necessità. Nella memoria si nasconde il seme di un dolore che ritorna incessantemente per indicarci la strada da seguire e quella da evitare. Tuttavia non sempre la memoria basta. A volte tutto cambia per restare sostanzialmente uguale. Ci sono altri binari, altri treni, altre stazioni e tutto quello che noi possiamo fare è ascoltare e restituire la voce ai morti. Anche con l’aiuto della letteratura.

In Berlino Blues di Paul Scraton “l’unico personaggio più riccamente tratteggiato della Città è la Storia stessa che sembra riluttante o incapace semplicemente di leccarsi le ferite e voltare pagina. Lo spettro della morte incombe su una città divisa dall’ideologia e soggetta a spasmi di indicibile violenza, e le ferite sono fresche: percepite dai suoi abitanti in modi che faticano a descrivere”. Berlino Blues è un libro di 8tto che uscirà il 4 marzo, ed è un romanzo che ha moltissimo a che fare con la memoria. Abbiamo provato a onorare questa Giornata del 27 gennaio usando alcune delle parole che contiene:

“I morti ci fanno ricordare.

Un giorno d’estate stavamo aspettando un treno alla stazione di Tiergarten. Era passato circa un anno dalla morte della nonna di K. Le proteste a Dresda sembravano essersi esaurite, ma si stavano addensando nuove forze, per le strade e nelle campagne elettorali. Sulla banchina alla stazione di Tiergarten, l’umore era leggero. C’erano borse preparate per passare una giornata al lago. I ciclisti spingevano le loro biciclette tra la folla per trovare il posto migliore. Gruppi di gente a piedi e famiglie cariche di tutti gli accessori per un picnic aspettavano pazienti che arrivasse la S-Bahn. Era un classico esodo berlinese da bel tempo, verso i boschi e l’acqua, che fosse dentro i confini della città o fuori.

Salimmo tutti a bordo spremendoci l’uno contro l’altro, quando il treno arrivò, e da dove stavamo riuscivamo a guardare fuori e vedere tutti i distretti occidentali della città, mentre ci muovevamo verso la nostra destinazione. Scendemmo a Grunewald con la sua colonia di ville, dove Christopher Isherwood un tempo insegnava inglese a viziati bambini ricchi e dove i vincenti dell’industrializzazione di Berlino sfuggivano all’inquinamento e alla dura realtà della città che avevano contribuito a creare, in questo posto sotto i pini tenebrosi. Non era lontano, geograficamente, dal sobborgo dove K. era cresciuta, ma questo quartiere attorno alla stazione aveva un’aria grandiosa che il quartiere di Berlino Ovest della sua infanzia non avrebbe mai avuto.

Facemmo la coda dal fornaio per prendere dei panini e delle bottiglie d’acqua. Nella piazza, una coppia portava a casa le proprie borse della spesa dal supermercato. Un uomo più anziano era seduto su una panchina, a gustarsi un gelato che gli colava sulla camicia azzurro pastello. Non sembrava che gliene importasse. Seguimmo i cartelli che ci guidarono sul lato della stazione e su per una lieve salita finché non fummo di nuovo allo stesso livello dei binari.

I cartelli ci portarono a un binario in disuso, un binario che manteneva il proprio numero ma aveva uno scopo ben diverso. Era stato al binario 17 della stazione di Grunewald che gli ebrei di Berlino venivamo portati, da Mitte e Friedrichshain, dai palazzi attorno ad Alexanderplatz e dalle ville di Grunewald. Cinquantamila ebrei, internati e deportati, caricati sui treni per Theresienstadt e Łódź, Breslau e Auschwitz. Lo percorremmo, ogni convoglio era catalogato al limitare della banchina, le destinazioni e il numero di persone deportate.

Pensai a Ephraim Worrmann, che aveva vissuto nel nostro vecchio palazzo molto tempo prima di noi e che fu assassinato ad Auschwitz. Scorsi l’elenco lungo la banchina relativo alle deportazioni dell’anno in cui fu preso.

12.3.1943 / 944 Juden /Berlin-Auschwitz

Avrebbe potuto essere il suo treno, il punto di partenza e la destinazione elencati in modo così semplice, come per qualsiasi altro treno da qui a lì, eppure carico di significato. Avrebbe potuto essere il suo treno, ma ce n’erano anche molti altri. Un’intera fila. L’elenco dei convogli occupava l’intera lunghezza del binario 17, su entrambi i lati. Per qualcuno il numero era minore. Dieci su questo treno. Diciassette sul successivo. Mentre l’Olocausto proseguiva, i numeri diventavano sempre più grandi, raggiungendo le migliaia.

Al limitare della banchina erano state lasciate delle pietre, con cui i membri della famiglia e gli amici commemoravano certi treni. Una famigliola ci raggiunse sul binario, e ascoltammo mentre il padre cercava di spiegare alla figlia di sei anni che cos’era che stavamo guardando.

Ma noi stessi facevamo fatica a capirlo, questa storia di persone e treni e camere a gas e i peggiori posti sulla terra, ed era difficile immaginare come potesse farlo comprendere a una bambina. Fece del proprio meglio. I morti ci fanno ricordare.

Ascolta, e ripeti.”

Estratto da Berlino blues, Paul Scraton – © 2022 8tto Edizioni – Tutti i diritti riservati

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