Le avanguardie: verso il nuovo

di Marta Paganini

Avanguardie storiche

Le avanguardie del primo Novecento furono movimenti trans-artistici: attraversarono l’insieme delle arti. Nacquero con uno scopo dichiaratamente antitradizionale e di sperimentazione verso il nuovo. Infatti, il termine “avanguardia” deriva dal linguaggio militare e indica una pattuglia che precede il grosso dell’esercito. Così furono questi movimenti, drappelli sperimentatori di un’idea di nuovo.

Sono movimenti nati sulla base di una doppia polemica: contro il rispecchiamento oggettivo della realtà tipico del naturalismo e contro il poeta vate simbolista. Infatti, secondo le avanguardie l’arte deve essere azione, provocazione e inserirsi nell’ambito dello spazio urbano, modificandolo. L’individualità sciamanica dello scrittore capace di orientare il pensiero delle moltitudini lascia il posto alla creatività artistica come attività di gruppo. Solo in questo modo l’avanguardia riesce a combattere la sua più grande battaglia: distruggere l’idea di bello consegnata dalla storia e dalla tradizione.

Tuttavia, riguardo la loro visione del futuro, le avanguardie presentano una contrapposizione interna: quelle cosiddette euforiche come il futurismo interpretano in maniera entusiastica le trasformazioni della modernità, mentre quelle disforiche vivono con angoscia la dinamicità degli spazi urbani. In particolare l’espressionismo con la sua tipica alienazione e il dadaismo caratterizzato da una radicale sfiducia in qualsivoglia ideologia politica o artistica.

Una cosa è certa: si tratta di movimenti che nel complesso hanno sempre apportato una specifica idea innovativa di letteratura o di arte, molto spesso utilizzando i manifesti per esprimere la propria programmaticità ideologica. Tuttavia, la loro ricerca dell’inaudito, scritta nero su bianco, non ha mai trovato grandi folle di ascoltatori e seguaci. Ma il successo di massa non è mai stato il loro obiettivo.

Le prime avanguardie in ordine di tempo

  • ESPRESSIONISMO

L’espressionismo ebbe luogo soprattutto in campo pittorico, in contrapposizione alle precedenti opere impressioniste di fine Ottocento. Si radicò a Parigi, con i Fauves, Matisse e Derain e di riflesso anche a Dresda dove prese piede il gruppo Die brücke tra i cui maggiori esponenti annoverava Nolde e Kirchner. Un’arte basata sulla trasfigurazione, sulla resa allucinata della realtà, dalle forme scontornate e irriconoscibili. Avanguardia soggettiva e fortemente disforica, l’angoscia di vivere permeò anche le tematiche letterarie: la disumanizzazione dell’uomo veniva provocata dalle atrocità della guerra o dal macchinismo moderno tipico della città.

Curiosità: Nonostante Hitler non fosse un amante degli espressionisti (definì Nolde “un maiale” e lo comprese nella mostra “Arte degenerata” del 1937 a Monaco) Emil Nolde sembrerebbe essere stato un nazista convinto, tanto da esporre una svastica fuori dal balcone di casa e desiderare di diventare artista ufficiale del nazismo.

  • FUTURISMO

Il futurismo italiano nacque attorno ad alcune riviste milanesi e fiorentine: “Poesia” di Marinetti e “Lacerba” di Soffici e Papini. L’entusiasmo di questa avanguardia verso la dinamicità del mondo tecnologizzato portò alla convinzione che questa condizione potesse essere elevata al rango di seconda natura dell’uomo. La velocità, le moltiplicazioni delle azioni umane date dalla macchina, l’amore per il futuro e il progresso. In letteratura questa innovazione assunse un orizzonte particolare: il versoliberismo.

Ma a questi elementi propositivi si aggiunsero anche caratteristiche fortemente aggressive e misogine, posizioni fortemente interventiste e una visione positiva della guerra come sola igiene del mondo.

Curiosità: nel 1912 venne pubblicato il “Manifesto della donna futurista” di Valentine de Saint-Point. Una risposta di una donna futurista al Marinetti misogino che nel manifesto fondativo del movimento di tre anni prima aveva predicato il disprezzo per le donne.

Due avanguardie in opposizione

  • DADAISMO

Il movimento prese avvio dal fondatore rumeno Tristan Tzara nel 1916 a Zurigo al Cabaret Voltaire. “Dada” è un lalismo infantile, non significa niente, rivelando fin da subito che Dada è la prima avanguardia anti-avanguardia. Aderire a Dada significava restare liberi poiché non esisteva alcuna teoria e nessuna intenzione di predicare regole, mentre rimaneva forte l’elemento ludico del gioco. I dadaisti avevano uno sguardo fortemente disilluso verso il futuro, ciò era dovuto alla loro condizione di esuli e alla percezione dell’inutilità del massacro della Prima guerra mondiale.

Curiosità: i dadaisti amavano attirare l’attenzione su di sé a Zurigo e per questo pubblicavano notizie fasulle di presunte sparatorie tra i membri del gruppo oppure entravano nelle osterie gridando “Dada!” e si dileguavano subito dopo.

  • SURREALISMO

Sorse in opposizione all’impostazione giocosa del dadaismo. Sosteneva la ricerca sperimentale su basi scientifiche, appoggiandosi alla psicanalisi freudiana e alle filosofie politiche di tipo rivoluzionario. Il surrealismo era una realtà interiore che si manifestava con lo svelamento dell’inconscio e si fondeva direttamente con lo stato di veglia. Questa fusione era in grado di produrre una liberazione rivoluzionaria dell’individuo. Dei surrealisti sono famose le pratiche sperimentali di scrittura: la cosiddetta scrittura automatica o il gioco dei “cadaveri squisiti”. La prima pratica era considerata sollecitazione di un Io che si nasconde nel profondo dell’uomo.

Curiosità: nel 1936 Dalì tenne un intervento in una conferenza all’Esposizione internazionale surrealista di Londra. Si presentò vestito con tuta e casco da palombaro e due levrieri russi al guinzaglio: sarebbe dovuta essere una metafora della sua discesa nelle profondità dell’inconscio, in realtà rischiò di rimanerci secco a causa del caldo e dell’insufficienza di aria. La moglie si accorse in tempo del pericolo e riuscì a salvarlo!

La seconda ondata: le neoavanguardie

Dopo l’esperienza delle avanguardie storiche, nel 1963 un gruppo di scrittori e saggisti si radunò in un convegno a Palermo dando vita al Gruppo 63. Fu un movimento basato sulla ripresa del Nouveau roman francese e gravitante attorno alla rivista “Il Verri” fondata da Luciano Anceschi. La neoavanguardia del Gruppo 63 si propose di fare poesia attingendo dalla lingua contemporanea, non di contemplare poesia. Questo significava apportare una reale riduzione dell’Io in quanto produttore di significati di tipo patetico-emotivo, a favore di una percezione più oggettiva.

Il maggiore esponente del movimento fu Edoardo Sanguineti, famoso per la sua opera “Laborintus” del 1956: poesia caratterizzata da un caos linguistico-letterario in grado di creare con la tecnica dell’assemblaggio una forma poetica in cui il tema centrale è la storia di una depressione.

Curiosità: uno dei membri del gruppo, Nanni Balestrini, fu anche regista del film più lungo del mondo “Tristanoil” (2400 ore) a tematica ambientale. La pellicola venne generata da un computer in grado di riassemblare oltre 120 clip video in capitoli di 10 minuti ciascuno.

Oggi è ancora possibile un’avanguardia?

Nel magma indefinito della produzione della società contemporanea, le cui fila sono tirate solo dal successo di prodotti fortemente transmediali, dobbiamo chiederci se è possibile rompere con un canone ben definito. Potrebbe essere proprio il canone dell’indefinitezza quello da rifiutare, riportando l’attenzione su una programmaticità manifesta tipica dell’avanguardia. Dobbiamo chiederci, quindi, se un manifesto con un insieme di regole nella società contemporanea funzionerebbe. Oppure, si potrebbe prendere in considerazione l’altro grande asse trainante del mercato librario: le classifiche dettate dai bestsellers e il pubblico di massa in veste di giudice della produzione letteraria. Quest’ultimo potrebbero essere il canone da rompere, per poter tornare a un’autenticità artistica e imprenditoriale a cui oggi non è concesso di primeggiare.

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